Nunzio Sulprizio sarà santo durante il Sinodo

Nunzio Sulprizio sarà santo durante il Sinodo

286 395 Parrocchia San Fruttuoso

Il 14 ottobre, come Paolo VI che lo proclamò beato

RICCARDO MACCIONI

Davvero, com’è stato scritto, la sua vita ricorda un racconto di Charles Dickens. Alla Oliver Twist, con l’infanzia segnata dalla morte precocissima dei genitori e della nonna che l’aveva adottato, il duro apprendistato in bottega e subito dopo, in una tragica escalation, la malattia e la morte. Umanamente parlando mancherebbe il lieto fine ma la lacuna è stata ampiamente colmata dall’annuncio fatto ieri dal Papa, che cioè Nunzio Sulprizio sarà proclamato santo il prossimo 14 ottobre. Lo stesso giorno dell’arcivescovo martire Romero e di Paolo VI, il Papa che lo beatificò il 1° dicembre 1963 definendolo «perfetto esempio per i lavoratori». Un modello di vita – aggiunse Montini – che richiama la centralità e insieme la bellezza della fede, perché «è la religione, che umanizza la tecnica, l’economia, la socialità; è la religione, che fa grandi e buoni e giusti e liberi e santi gli uomini laboriosi».

E di abbandono totale al Signore, di fiducia senza remore nella sua volontà è intessuta l’intera esistenza del giovane operaio, morto appena diciannovenne nel 1836. Un santo della porta accanto, si potrebbe dire citando l’Esortazione di papa Francesco

Gaudete et exsultate. Un ragazzo sempre allegro, malgrado l’esperienza del dolore, capace di una «paziente e sorridente bontà», forte, sono ancora parole di Paolo VI, «di una carità premurosa e servizievole», spinto dalla sofferenza al raccoglimento profondo, alla preghiera. Un giovane devotissimo alla Vergine che sentiva davvero madre, figura a cui nella vita terrena dovette rinunciare troppo presto.

Di origini umili e rimasto orfano da piccolo di entrambi i genitori, il prossimo santo fu infatti inizialmente cresciuto da una nonna, a sua volta scomparsa quando il ragazzo aveva 9 anni, mentre uno zio lo avviò al mestiere di fabbro nella sua bottega di Pescosansonesco, piccolo centro abruzzese dove Nunzio era nato il 13 aprile 1817. Proprio a causa della pesantezza del lavoro, il giovane, di costituzione fragile, si ammalò di una grave patologia ossea.

Per curarsi venne ricoverato in ospedale all’Aquila e poi a Napoli dove viveva uno zio militare che lo fece seguire da un colonnello medico. Le terapie però non riuscirono ad evitargli atroci sofferenze fino all’amputazione di una gamba. Morì a diciannove anni il 5 maggio 1836. Malgrado i dolori terribili accettò sempre la malattia con pazienza e fede, tanto che già Leone XIII lo propose come modello per la gioventù operaia. Il ragazzo sarà santo grazie al riconoscimento di un miracolo ottenuto per sua intercessione. «Si tratta della guarigione di un giovane pugliese di Taranto – spiegò, felicissimo, l’arcivescovo di Pescara- Penne, Tommaso Valentinetti l’8 giugno scorso quando il Papa autorizzò il decreto che riconosceva l’evento – coinvolto in un grave incidente stradale in moto. Le lesioni cerebrali causate dal tragico impatto e i danni permanenti provocati dalla disgrazia – proseguiva Valentinetti che ieri ha partecipato al Concistoro –, avrebbero dovuto provocare importanti riduzioni motorie e invece l’intercessione del beato Nunzio, riconosciuto dal giovane nel sogno, lo ha guarito “inspiegabilmente” per la scienza e “miracolosamente” per la fede».

Un prodigio dell’amore di Dio che trasforma l’esistenza di un ragazzo. Giovane come Sulprizio che non a caso sarà canonizzato durante il Sinodo dedicato alle nuove generazioni. La sua figura – ha detto ieri il cardinale Angelo Amato, prefetto uscente della Congregazione delle cause dei santi – costituisce un modello per chi, come scrive papa Francesco, «non sopporta di soffocare nell’immanenza di questo mondo e sospira per Dio, esce da sé nella lode e allarga i propri confini nella contemplazione del Signore». Parole profonde a descrivere la fede semplice di un povero operaio, l’ardore ragazzino di un innamorato di Dio, la grandezza umile di chi è piccolo davanti agli uomini ma grande agli occhi di Dio. E che se anche nella vita di tutti i giorni zoppica e fa fatica, va di corsa nel cielo dei santi.

 

“Avvenire” 20/7/2018

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